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Berra, la partita più dura

Questa è una storia di sport, anche se non sembra. È la storia di un gigante, Battista Berra, che ha scoperto di avere il piedistallo d’argilla e ora è inchiodato ad un letto. È la storia di una moglie, a cui hanno messo sottosopra il mondo. È la storia di un gruppo di amici che lotta per rendere la vita meno dura al gigante e alla sua donna. È una di quelle storie, dove ti viene voglia di girarti dall’altra parte e far finta di niente. Ma questa è la storia di tanta gente che non ha voltato la testa.

Berra faceva il tallonatore nell’Arix Viadana, serie A2 di rugby. Il 10 ottobre, come mille altre volte prima, si è buttato nella mischia per guidare i suoi compagni. Era la Coppa Italia e di fronte c’era il Piacenza: una partita normale. C’era un sole pallido e faceva freddo, ma nessuno ci ha badato. Come mille altre volte, Berra pensava solo a tenere unito il suo gruppo e a recuperare la palla ovale. Pensava che sarebbe andata come sempre, al massimo qualche botta: niente per un gigante. Ma quella volta non era come le altre mille volte. Quella volta, qualcuno, ha girato l’interruttore e la luce è diventata buio. «Lussazione mielica C4 e C5 con assistenza respiratoria»: recita la cartella clinica. Una vita spezzata rende meglio l’idea.

La moglie Sandra era in tribuna, con lei c’erano i due bambini Riccardo di due anni e Matteo di sette. «Il papà si è fatto la bua»: questo l’hanno capito subito. Che la passione di una vita, l’avesse, per un paradosso crudele del destino, distrutta quella vita, Sandra lo ha solo intuito. Poi la corsa in ospedale: prima all’Oglio-Po, poi a Parma per l’operazione. «È lì che gli ho parlato per due minuti prima dell’anestesia. Mi ha detto che non sentiva più le gambe e che sapeva cosa significava questo. Mi ha detto di star tranquilla e poi mi ha chiesto come era finito l’incontro». Da quel giorno Sandra parla piano, con gli occhi bassi, le mani intrecciate, le lacrime tenute a bada con grande dignità. Ma dopo qualche secondo che racconta del marito, la voce sale di tono, gli occhi brillano (o forse luccicano, ma fa lo stesso): il coraggio è il sentimento che trasmette agli altri.

«È dura. La mia vita è cambiata come dal giorno alla notte. È dura ma dobbiamo andare avanti, trovare la forza per farlo anche se adesso non sono in grado di guardare il futuro. Non so cosa ci aspetta. Sono convinta che ognuno di noi segua un destino già scritto. E quello di Battista prevedeva una prova così terribile, Dio ha scelto lui perchè sa che ha la forza per uscirne. Mi dispiace che sia accaduto giocando a rugby, perchè questo rovina il suo grande amore. Sembra assurdo, ma se fosse capitato sul lavoro sarebbe stato meglio».

Si sono conosciuti a Piacenza, dove lei faceva la commessa e lui il servizio di leva nella polizia. La prima telefonata è stata lei a farla per informarsi su un infortunio di gioco: «Si era rotto la mandibola e i suoi colleghi mi avevano chiesto di chiamarlo per sentire come stava. Da lì abbiamo iniziato a frequentarci e io ho iniziato a conoscere il suo sport. Al primo appuntamento mi ha portato a vedere una partita. Quella volta almeno era in tribuna con me, poi ho incominciato a seguirlo per mezza Italia e a chiudere gli occhi tutte le volte che si buttava in mischia. Ma non gli ho mai chiesto di smettere: non mi sembrava giusto negargli questa passione. Si divideva tra i turni del lavoro e gli allenamenti, anche se cercava di stare il più possibile con me e con i bambini. Ho saputo adesso che lui confidava agli amici: ‘La Sandra è stanca, prima o poi dovrò fermarmi’. Adesso penso: ’che bello se avesse smesso solo un mese prima’, ma non serve a niente». Sandra ha imparato in fretta la prima regola da seguire nella disperazione: «Pensare solo a quello che serve». Niente domande inutili, niente zavorra, perchè la salita è già dura così: «Devo, anzi dobbiamo, ricominciare da capo. Vivo un’altra vita, non lavoro, mi sono messa in aspettativa poi dovrò licenziarmi. Vado a trovarlo due volte al giorno e devo imparare a capirlo come se ci vedessimo per la prima volta. Devo leggere le sue labbra, i suoi occhi e non è sempre facile. Quando il magone è troppo, lui lo intuisce e cerca di tirarmi su il morale. Una volta sono andata da lui ed ero particolarmente a terra. Ha sentito i miei passi, mi ha guardato e ha sfoderato il suo sorriso migliore e mi sono rincuorata.

È il suo carattere: lui è sempre stato un trascinatore, una guida dentro e fuori dal campo». Un gigante dai muscoli forti e dal cuore grande. Una di quelle persone che mettono tutti d’accordo. E che la solita retorica e l’umana pietà non centrano niente lo si capisce subito. Basta vedere quello che stanno facendo gli amici di Battista. C’è il Comitato nato apposta per reperire fondi per le sue cure e per la famiglia. Ma c’è soprattutto un mare di solidarietà dove ognuno si sforza di essere utile: «Mi sono accorta di quanta gente vuole bene a mio marito. È sempre stato un generoso, sempre disponibile, guardava prima agli altri che a se stesso. Penso che adesso stia raccogliendo i frutti di quello che ha seminato. Spesso sento persone che io non conosco e devo chiedere ai più intimi di Battista notizie su di loro. Non conto più quelli che lo vengono a trovare, alcuni suoi compagni non riescono neppure ad entrare nella stanza. Si fermano sulla porta perchè non sanno cosa dire e perchè non hanno il coraggio di vederlo immobilizzato a letto. Per loro, per i rugbysti è dura fare i conti con un incidente del genere».

È come lottare contro il destino. Perchè se anche il più generoso, il più forte, quello che non aveva mai paura, può spezzarsi, senti qualcosa dentro che non puoi spiegare. Ma questi sono uomini di sport, di uno sport duro, dove prima di perdere una sfida si sputa anche l’anima. E loro non la vogliono perdere questa partita, anche se dall’altra parte cè qualcuno che nemmeno gli All Blacks (i più forti al mondo) possono battere. «Abbiamo fondato il Comitato per poter fare qualcosa di concreto per Battista e per i suoi cari. Era un bravo atleta, un vero trascinatore, un capitano ed è una persona stupenda: non abbiamo faticato a mettere in moto la macchina degli aiuti». Parla per tutti Alberto Rossi, il presidente del Bisi Mantova: la società dove è cresciuto sportivamente Berra. «Ci siamo messi assieme con i dirigenti dell’Arix Viadana per reperire fondi e notizie. Perchè sono due i fronti su cui lavorare: uno, il primo, è quello dei problemi finanziari concreti da superare. Il secondo è quello della ricerca, perchè la lesione di Battista non ha una casistica precisa ed proprio questa che stiamo cercando, per vedere poi quali soluzioni adottare. Abbiamo trovato molta disponibilità, ma sino ad ora abbiamo raccolto le briciole, un cucchiaio nell’oceano. Anche perchè lottiamo contro un nemico che non conosciamo. Non sappiamo cosa servirà a Battista e alla sua famiglia tra un mese o tra un anno. Giochiamo una partita lunga, ma noi, nel rugby, abbiamo anche il terzo tempo. Non ci arrendiamo tanto facilmente e anche la persone che ci sta attorno devono capire l’importanza di questa battaglia».

Gente che si butta nel fango contro montagne di muscoli per realizzare una meta non può bloccarsi davanti alle difficoltà. Tanto più se dietro la linea bianca ci sono i sogni di un amico e della sua famiglia da rimettere in piedi. I sogni che una moglie non vuole chiudere nel cassetto: «Prima che succedesse tutto questo stavamo per traslocare: era il nostro traguardo, la nostra casa con il giardino. Perchè a Battista è sempre piaciuto stare all’aria aperta, anche quando era in famiglia. Ovviamente abbiamo fermato tutto, ma io non mollo. Il mio sogno è poter scegliere la prossima casa assieme a mio marito, una casa adatta a lui, alle sue nuove esigenze, alla sua nuova vita. Dobbiamo compiere mille passi: il primo obbiettivo è staccarlo dal respiratore. Poi spero che possa tornare a vedere il mondo in faccia, almeno per un po’. Non è tipo da stare coricato... Spero tante cose, le metto in fila e, stringo i denti e mi dico che posso, che possiamo farcela: per me, per Battista e per i nostri figli». Il più piccolo non ha ancora capito quanto grave sia «la bua del papà». Il più grande sa tutto e ha già trovato il modo per ‘vendicarsi’: «Vuol giocare anche lui a rugby. Prima che succedesse l’incidente non ci aveva mai pensato, poi quando ha visto Battista a letto, immobilizzato mi ha detto questa cosa. È difficile capire i meccanismi dei bambini. Per lui praticare questo sport deve essere il regalo speciale per il papà. Continuare la sua passione per dimostrare che non è finito tutto».

Massimo Vincenzi

Fonte: http://quotidianiespresso.repubblica.it/gazzettamantova/nonquotidiano/berra/storia.htm

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